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ALIMENTAZIONE Le abitudini alimentari erano assai diverse da quelle di oggi. L'alimentazione, semplice e insufficiente, si basava sui prodotti che
la terra offriva. Il pranzo era quasi sempre una seconda colazione si mangiava "a spisa" in un unico piatto fatto da un pane tagliato nel senso longitudinale. Così sagomato diveniva un contenitore che si insaporiva con il condimento del cibo conservato. Il pranzo era sempre consumato in campagna, sul luogo del lavoro. Il pranzo principale era quello della sera, al ritorno dal lavoro dei campi, quando alla luce incerta della "lumera" (lume ad olio) si consumavano i consueti cibi. Cibi quotidiani di gran parte della popolazione erano le erbe di campo e i legumi cucinati sul fuoco in recipienti di terracotta ("pignatu", ''pignatègliu'' e "tiyana"). Le erbe spontanee che generalmente si consumavano erano: "cicoria comune", "zucche ", "barb'i prèviti","pedi i corvu", "sculìmbri", "sinapi", "gattuzzi", "finocchiu servaticu", "hurrayni"," carduni", "secria i margiu", "nniti". Si faceva, quindi, uso di ogni erba commestibile. Particolarmente ricercati "i sculìmbria" (specie di cardo mangereccio) di cui si consumava solo il gambo, cotto assieme ai fagioli). Di domenica si usava mangiare la pasta "ca sarza" (con la salsa di pomodoro) o "cu sucu" (il sugo di selvaggina o di altra carne) con olio, aglio, peperoncino e pan grattato, la cosiddetta "pasta ca muglica". La carne era presente abitualmente solo sulla tavola dei ricchi, che avevano un'alimentazione sostanziosa e varia, mentre i poveri solitamente facevano uso di carne solo quando una bestia fosse precipitata in un burrone, perché potevano comprarla "a basso macello" o prede di cacciaggioni varie. Mangiavano carne, per lo più di ovini e caprini, nelle grandi occasioni, quali battesimi e matrimoni. Per la circostanza la pasta, che costituiva sempre il primo piatto, veniva cotta in grandi caldaie. Largo era l'impiego dei legumi, che nella dieta dei poveri sostituivano la carne. Si consumavano fagioli, lenticchie, piselli, fave, ceci, cicerchia. Il pane non mancava mai e veniva preparato in casa. Il più ricercato e costoso era il pane di grano. Ma abbastanza diffuso era anche quello fatto con farina di granturco "a pizzàta" di cattivo sapore e poco digeribile. Si faceva uso anche di pane d'orzo o di grano "yermànu", una specie di segale dai chicchi piccolissimi dai quali si ricavava una farina scura, che si usava anche per confezionare pasta e dolci. Mègghiu pani nigru ca hami nigra sentenziava un antico detto popolare. Fare il pane in casa era quasi un rito a cui partecipavano non solo le donne della famiglia, ma anche le comari del vicinato. Si iniziavano i preparativi la sera. Le massaie, dopo avere lavato accuratamente le mani e cinta la testa con un fazzoletto, si facevano il segno della croce, setacciavano la farina alla quale univano il lievito, "u levàtu", che scioglievano in acqua tiepida. Sul "levatu", piccolo pane di lievito conservato dall'impasto precedente, veniva incisa una Croce con un arnese chiamato "ràsola", in quanto il pane era ritenuto grazia di Dio. Impastavano, quindi, il lievito cosi disciolto in circa un quinto della farina destinata al pane, lavorando bene l'impasto, perché si amalgamasse. Preparavano cosi "u levàtu", che mettevano a riposare per almeno tre ore, perchè si gonfiasse. Il giorno dopo si alzavano di buon'ora, aggiungevano la rimanente farina all'impasto della sera prima e lavoravano la pasta nella "mayglia" (la madia), unendovi il sale e l'acqua necessaria. Quando la pasta era pronta, la dividevano in pezzi a cui davano forma tondeggiante, con un abile movimento rotatorio delle mani e su di esso veniva impressa una Croce con la rasola, oppure con un attrezzo in legno "u muccasu" che era una sorta di maglia di catena realizzata col legno, col quale si marchiavano i pani e le forme di formaggio. Mettevano, quindi, le forme cosi preparate nel letto a lievitare tra due lenzuola, con sopra delle coperte di lana. Le mamme, intanto, si premuravano a lavare gli arnesi della panificazione "a limba" e "a mayglia" l'acqua di questo lavaggio prendeva il nome di "nìmma". Una mezz'ora prima che il pane fosse lievitato e pronto per la cottura, si accendeva il forno. Quando "pighiava a ianca" (la parete del forno in creta e "stracu", (il coccio di tegola), assumeva un colorito bianco), significava che si era raggiunta la temperatura adatta. Si tiravano da parte le braci con il "càglipu", davanti alla "vucca du hurnu" ed una lastra di ferro, chiudeva la bocca del forno. "U càglipu", era una specie di scopa fatta di stracci bagnati, col quale si puliva bene il forno delle ultime braci e della cenere con movimenti veloci, perché il calore non si disperdesse. Grande la gioia dei bimbi che, appena sentivano la fragranza del pane, che usciva cotto dal forno, accorrevano, per avere la ciambella riservata a loro, "a cugliurèglia". Oltre il pane venivano cotte anche "i cugliùri", delle ciambelle che venivano confezionate aggiungendo alla pasta del pane anche l'olio. Nel periodo successivo alla macellazione dei maiali, si usava mangiare il pane caldo con "i micciunàti", i ciccioli, conservati dentro vasi di terracotta smaltati. Era anche usanza dare in dono un pane caldo o una ciambella ai vicini di casa. L'alimentazione, inoltre, variava a seconda delle occasioni e delle ricorrenze dell'anno. Per il cenone di Natale era d'obbligo mangiare tredici cibi diversi. Tra le specialità natalizie "i zzìppuli", lunghe e soffici treccie di farina lievitata con dentro un pezzetto di acciuga salata; i "sammartìni" dolci fatti di pasta frolla ripieni di uva passa, noci, mandorle, miele, vino cotto, cannella e altri aromi. Frittelle speciali e molto apprezzate erano le "nnacàtuli", che si componevano di farina, uova, zucchero e lievito. Per tutto il periodo della Quaresima nessuno mangiava carne e di venerdì si digiunava. Sabato Santo, quando "sparava Gloria" (suonava Gloria), si iniziava il salame e si mangiavano le tradizionali "gute", specie di ciambelle con sopra l'uovo, che venivano cotte nel forno in occasione della Pasqua. Nel mese di dicembre e gennaio si uccideva il maiale, che con tanta cura era stato allevato e protetto per un anno o meglio due. Era un animale prezioso perchè forniva il companatico alla famiglia per un intero anno. "Cu si marita è cuntentu nu yòrnu, Sacrificato l'animale, di esso si utilizzava tutto. Con la sua carne si preparavano "sarzizzi, supprezzàti, capicòlli, bucculàri, lardu, frittuli". Una parte della carne, sia grassa che magra, veniva salata ("salatu", presa dal sale). I "hrittuli" si conservavano in grandi vasi di terracotta, detti "cugnetti". Era una riserva preziosa per le necessità della famiglia. Il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, si mangiava "a pùsvia" grano cotto come si cuociono i legumi. La vigilia di tale giorno si metteva il grano ad ammorbidire in acqua e si raccontava che S. Lucia passasse attraverso "u handicu" per orinarvi sopra e cosi benedirlo. Tra le specialità alimentari meritano di essere ricordati i "sverna" (angelica) che venivano conservati sotto aceto. Pregiati i fichi secchi imbottiti con mandorle, noci e scorza di limone, o i "monacegli" fichi d'india puliti per bene ed essiccati al sole, ed le pere essiccate al sole erano i "cottia". |