LA CASA

Le case di una volta, con particolare riferimento a quelle del secolo scorso,variavano per configurazione, numero di stanze, ricchezza di arredamento, secondo le possibilità dei proprietari. La maggior parte della popolazione viveva in case umide e malsane, dal tetto molto basso formato da grossi travi su cui poggiavano i "ciarvuna" che sostenevano i "ciaramidi".

Nelle case dei più poveri come ciarvuna si usavano canne disposte a fasci. Mancava generalmente il soffitto e sotto le tegole si disponevano "i cannìzzi", cioè canne lavorate e pazientemente intrecciate.

Nelle giornate di cattivo tempo, con vento e pioggia, spesso l'acqua piovana penetrava dalle fessure del tetto, rendendo ancora più disagevole l'abitazione.

Nel tetto veniva praticata un'apertura, "u handìcu", costituito da una tegola dotata di un foro tale da essere facilmente spostabile, da cui entrava l'aria e fuoriusciva il fumo. I muri si costruivano con blocchi di tufo e "tayu" il pavimento era in terra battuta.

Le case della gente più povera erano costruite con blocchi di terra impastata con paglia. Ma si ritrovavano anche i mattoni detti "bìsuli". Scarsamente aerate, poco luminose per mancanza di ampie finestre, si componevano di uno o due vani, utilizzati per tutte le necessita quotidiane.

Importante lo spazio riservato alla camera da letto, essendo il luogo dove si svolgevano i momenti più memorabili della vita: nascita, battesimo, matrimonio, morte.

A volte nella casa trovavano posto anche il maiale e la capra.

La porta in legno massiccio, ruotava intorno ad un "puntalòru", ben infisso nel terreno e l'architrave o "standalòru" che reggeva la struttura soprastante.

Era divisa in due battenti disposti in senso longitudinale. dall'interno si chiudeva "cu serràgghiu", cioè con una robusta spranga di ferro.

L'interno era molto semplice. In un angolo c'era "u hoculàru", dove si accendeva il fuoco, per cucinare o riscaldarsi, e tutt'intorno il mobilio: letto, cascia, casciuni, alcune sedie, "a buffetta" e poi "u vancuni", "u vancu" e "u vanchegliu".

Appoggiati a qualche sostegno, attaccati al muro o riposti nelle "hazzàne" (Ar. hazana "nicchia nel muro") erano gli utensili vari: la "marmitta i landa, u testu, a tiana, a cucchiara i lignu, u mortaru cu mandàli, a cohina, u crivu, a crisàra ecc.".

In un angolo la giara dell'olio, la giara delle olive in salamoia,i "cugnetti da sayimi" (vasi contenenti lo strutto) ed i "cugnetti di hrìttuli",(vasi dove si conservavano immersi nel lardo tocchi di lardo di maiale).

Il letto, abbastanza grande, perché doveva accogliere buona parte della famiglia, era formato dai "trìspita" di ferro, una specie di cavalletti sui quali si ponevano delle tavole, che sostenevano i materassi di paglia o di foglie di pannocchie di granturco, "coppi i paniculu".

La paglia, che veniva rinnovata ogni anno, perché si sminuzzava, quando era fresca faceva venire "u scùtulu", cioè l'orticaria, ed era un grattarsi continuo sulla pelle, che si irritava e si copriva di piccole rosse protuberanze.

Abbastanza frequentemente sotto il pavimento venivano scavati "i catòyi", che servivano come deposito e a cui si accedeva tramite un'apertura detta "catarràttu".

Accanto alla casa veniva allestito, in forma rudimentale, uno spazio per il pollame, "u gaglinaru" e per il maiale, "a zzimba".

In aperta campagna c'erano "i pagghiàri", dove dimoravano i contadini durante il periodo del raccolto o i pastori quando conducevano gli animali al pascolo. Avevano le pareti costruite con pali di legno, attorno ai quali si faceva un rivestimento di felci e foglie.

Il tetto, sorretto da un palo più grosso situato al centro della capanna, era anch'esso ricoperto con foglie (e rami frondosi.

La porta d'ingresso, fatta di canne intrecciate, dava aria e luce all'ambiente.

All 'interno non c'era alcun letto, si dormiva su paglia o felci messe per terra o su una coperta.

Non essendoci ancora la corrente elettrica, la luce di sera nelle case era distribuita con parsimonia. Si faceva largo uso di lampade ad olio,fumose e maleodoranti.

Per riscaldarsi si accendeva il focolare e, quando la legna scarseggiava,ci si riuniva, se c'era, al tepore della stalla o si andava a letto col calare del sole.

Mancavano i servizi igienici e l'acqua corrente, per cui la pulizia era scarsa.

Per i propri bisogni gli uomini si recavano in aperta campagna, "arret'i stroffi" (dietro le macchie), o "arretu a sipala" (dietro la siepe) in seguito nella nuova sede del paese, assieme alle baracche per i terremotati, ne erano stati edificati anche i vari servizi, le latrine pubbliche sono state costruite in luogo appartato "u gresta".

Le donne si servivano di un vaso di lamiera smaltata o di terra cotta, "u cantaru", detto anche "pisciaturi", "zzipèppi", "rinali".

Per rifornirsi d'acqua, la si andava a prendere alla sorgente o sutt'o vagliuni "chi bùmbuli", che a casa veniva riversata "nta cortàra", grande brocca a bocca larga.

Alla fiumara era necessario andare anche per lavare i panni o la lana.

La biancheria da lavare veniva prima "sciammarata", cioè lavata con sapone fatto in casa con "sayìmi, murga d'ogghiu e potàssa", ma non veniva risciacquata.

Si disponeva poi in una grande cesta di canna "a còhina du vucatu", che era completamente diversa "da còhina i carricu", quella cesta che veniva adibita a contenitore per i trasporti "cu ciùcciu".

A parte, in una grande caldaia si bolliva acqua e cenere che, a poco a poco, con un boccale di terra cotta si versava sui panni da lavare. Dopo alcune ore si portavano da risciacquare nell'acqua del fiume e si stendevano al sole sul greto ciottoloso. Il sole non solo le asciugava, ma serviva anche come sbiancante, soprattutto per le lenzuola.

Non essendoci ferri da stiro, i panni si piegavano e si ponevano sotto i materassi; più tardi si fece uso di uno strumento forato ai lati "u herru chì vrasi", con la base ben levigata, che si riempiva di brace e si passava sui panni umidi.

Diversa era l'abitazione rurale. Situata al centro di un grande appezzamento di terreno, aveva annessi stalle, fienili, magazzini.

I muri erano di pietra e calce, materiale che si trovava in abbondanza nel greto delle fiumare. La calce si ricavava da una pietra detta "palumbina",che veniva messa nella "carcàra" per farla cuocere e sbiancare.

Successivamente veniva posta in una fossa piena d'acqua, per farla sciogliere.

Il tetto della casa rurale, generalmente a uno spiovente, era ricoperto da tegole "ciàramidi". I1 pavimento era rivestito di mattonelle di terra cotta, fatte a mano con 1'uso di apposite forme, spesso asimmetriche, perché deformate dalla cottura.

Questi mattoni ben riscaldati e avvolti in uno straccio di lana, venivano anche usati per riscaldarsi i piedi nelle gelide notti invernali e, appoggiati ai piedi o sul petto, per curarsi dalle malattie da raffreddamento.

Erano usati anche contro l'artrosi e i reumatismi.

Una scala esterna conduceva al piano superiore della casa. Alla cucina, situata al piano terreno, si accedeva da una porta esterna ad un battente.

Ad una parete della cucina stavano addossati il focolare e il forno a forma di cupola, costruito "chi straci" (rottami di tegole) e ricoperto con malta di terra refrattaria a grana fine. Il pavimento del forno su cui si cuoceva il pane era formato da larghe piastre di pietra refrattaria ben spianate, oppure da larghi mattoni in terracotta prodotti nel locale "ciaramidiu"(il laboratorio del ceramista).

Alcune famiglie adibivano una o più camere esclusivamente all'allevamento del baco da seta "u hinicegliu", che, sino al primo quarto del nostro secolo, veniva praticato sia in paese che in campagna.

Al centro della camera veniva costruita un'impalcatura, "l'anditu", a quattro o cinque piani, che sostenevano i gratticci su cui venivano allevati i bachi.

Particolarmente suggestivo era il momento dello "scunocchiu", che consisteva nel togliere i bozzoli del baco da seta dalle "cunòcchie", cioè dalla fronda dove il baco aveva intessuto il bozzolo.

Per l'occasione si ricorreva all'aiuto di amici e parenti, si preparava un pranzo speciale e si stava assieme in allegria.