AGRICOLTURA e PASTORIZIA

Fino ad alcuni decenni fa, l'agricoltura e le attività ad essa connesse, rappresentavano l'unica fonte di guadagno e di sostentamento per la maggior parte delle famiglie.

Le nostre campagne non versavano certamente in uno stato di abbandono come accade oggi: la terra era diligentemente coltivata e anche i più piccoli lembi delle zone più impervie costituivano una ricchezza per le famiglie, che li possedevano.

La terra era in genere posseduta da ricchi proprietari, che ne affidavano la coltivazione ai coloni.

Il proprietario concedeva il capitale costituito dalla terra e dalle relative immobilizzazioni (fabbricati, piantagioni, ecc.); il colono offriva il proprio lavoro.

I mezzi necessari all'attività agricola (bestiame, attrezzi, ecc.) erano forniti dai contraenti nella misura stabilita dall'accordo.

Al colono spettava una parte degli utili derivanti dal lavoro, ma non aveva in genere alcun diritto sulle rendite dell'alberatura (ulivi, fichi, ecc.).

La spartizione dei prodotti della terra tra padrone e colono dipendeva anche dalla fertilità o posizione (pianeggiante, scoscesa) del fondo.

I coloni "cinnanàri" coltivavano la terra direttamente, con l'impiego di manodopera familiare, e, in caso di necessità, facevano ricorso all'opera di braccianti "iornatàri", operai giornalieri.

La retribuzione dei braccianti poteva essere parte in natura, parte in denaro. Oppure in forma di "prestahè", ovvero giornate lavorative che poi venivano rese in forma di girnata lavorativa.

Gli utili ricavati dai coloni erano sufficienti per condurre un vita agevole, non altrettanto si può dire per i braccianti, che avevano un lavoro precario e una retribuzione insufficiente.

Si spiega, quindi, la massiccia emigrazione di tanta povera gente, agli inizi di questo secolo, verso le Americhe in cerca di un maggior guadagno.

Per la rendita principale dei terreni, che era quella olearia, c'era l'usanza di concedere ogni partita di olive in "gabeglia" (cottimo).

Il proprietario faceva stimare le olive a "tumanu" e le consegnava al colono, il quale faceva la raccolta a sue spese ed era obbligato a corrispondere al padrone 7 litri d'olio per ogni "tumanu" e la metà della sansa.

Se la stima era onesta e l'annata favorevole, il colono ne ricavava un utile, tenendo conto che nella buona annata potevano estrarsi sino a oltre 12 litri d'olio a "tumanu".

Se "u stimaturi" faceva l'interesse del padrone, o l'annata era cattiva, il colono poteva ricavare meno di 7 litri d'olio a "tumanu", ma era ugualmente obbligato a corrispondere al padrone la quantità d'olio pattuita.

Numerose le controversie, che potevano sorgere da questo tipo di contratto.

La vita dei contadini era difficile e faticosa. Levatisi di buon'ora, s'incamminavano, quando era ancora buio, per raggiungere, a piedi, o "cu sumeri", il luogo di lavoro lontano a volte parecchi chilometri.

Sul luogo di lavoro portavano il cibo dentro "a vertula" o "a yrba", una specie di sacco di panno ruvido che, legato con una corda, portavano sulle spalle.

"U sumèri " cioè l'asino, rappresentava un tempo l'unico mezzo di trasporto e possederne uno era indizio di una certa agiatezza.

Naturalmente oltre al mezzo era necessario possedere pure gli accessori, cioè "a capìzza, i cofini" (la cavezza e le ceste rotonde e aIte per il trasporto a basto) e "u mbastu" o detto anche "a varda", legato quest'ultimo all'animale, "cù suttapànza e u petturali"

Per impedire che gli zoccoli dell'animale si consumassero e che, a causa di ciò, diventasse zoppo e quindi inservibile, si provvedeva "i si mpèrra", cioè a fissare dei ferri sotto i suoi zoccoli come protezione.

Per indicare l'estensione di un terreno, si usavano le seguenti unita di misura:

tumanata (circa 33 are), cioè un terzo di ettaro;
"quartarìnata" e "stuppegliàta" (equivalenti rispettivamente a un quarto e un ottavo di "tumanata").

Si voleva cosi intendere che in un appezzamento di terreno di una certa misura, si poteva seminare una quantità di semente di grano corrispondente a quella contenuta nelle seguenti misure di capacità per aridi:

tumanu (ar. tumn, "un ottavo"), equivalente all'ottava parte di una "sarma", misura per aridi di circa 50 Kg. Ovviamente il peso variava in relazione al peso specifico del prodotto misurato.

E da dire inoltre che le nostre unità di misura differivano da una zona all'altra talora in modo considerevole.

Nel Napoletano il tomolo equivaleva a 55,5 litri, in Sicilia a 27,5.

Menzalora 25 Kg. (equivalente a mezzo tomolo);

Quartu 12,5 Kg. circa (equivalente a un quarto di tomolo);

Stuppegliu 6 Kg. circa (equivalente a un ottavo di tomolo);

nappu, 1,5 Kg. circa (equivalente a un ottavo di un quarto di tomolo).

Queste unita di misura altrove potevano avere nomi diversi.

C'erano anche altre misure come "a libbra" equivalente a circa 250g. E "a pisata", quest'ultima era una misura a corpo che veniva riferita alla pasta di commercio, che veniva ceduta nel suo involucro cartaceo di colore azzurro cupo e valeva 5 Kg.

Ritornando alle varie attività svolte un tempo dai contadini, e da dire che essi facevano ogni cosa senza l'impiego di macchine.

La semina e la mietitura venivano praticate manualmente; l'aratura e la trebbiatura "pisavanu u ranu" con l'impiego di animali, in genere bovini.

Prima di seminare essi preparavano il terreno, facendo "i maysi cchi voi".

In tempi più antichi impiegavano un aratro di legno che non dissodava il terreno in profondità, successivamente un aratro con vomere di ferro, entrambi tirati dai buoi.

L'aratro di legno si componeva del "puntali", cioè del ceppo che conteneva il vomere, e della "pertica" , che erano uniti da un regolatore collocato in posizione verticale detto "ntigghiu".

Perché il regolatore non si muovesse durante l'aratura, era tenuto fermo da una specie di cuneo detto "pizzittìrriu" che e deformazione di "zippittìrriu" (zippa "piccolo chiodo per scarpe").

Dal ceppo si partivano, ad una certa distanza dal vomere, due specie di ali che spianavano la terra solcata ed erano dette "pinni".

La parte superiore della stegola dell'aratro, cioè l'impugnatura, era detta "manuzza". Su di essa era collocato "u pirùni", cioè un piolo di legno a cui venivano legate le corde con cui era regolato il movimento dei buoi.

Questi venivano aggiogati all 'estremità del timone e portavano dei sottogola, detti "payùri", da cui partivano le corde che teneva in mano l'aratore.

Intorno al giogo era collocato un anello di verghe di "stincu" (lentischio) o di "granatara" (melograno), detto "tortagna", a cui era legato "u hàhalu", un vinciglio fatto con verghe dei medesimi vegetali, che serviva a legare il timone al giogo.

Un piolo di legno detto "chiovara" veniva inserito tra "u hàhalu" e timone, perché quest'ultimo potesse stare ben fermo e non si staccasse dal giogo.

La semente, tratta dalla "vertula" una bisaccia che il contadino portava a tracolla, veniva sparsa nel terreno con un ampio gesto della mano. Ma era molto frequente e più funzionale, legare un sacco da un lato della bocca e del fondo, e con una cordicella veniva portato a tracolla a modo di zaino con l'apertura rivolta sul davanti.

Il grano maturo veniva mietuto a mano con una piccola falce detta "cuzzuri", sotto il sole cocente, iniziando il lavoro all'alba e terminando al tramonto.

I mietitori indossavano pantaloni di tela grezza ed un grembiule di pelle di bue, per non pungersi con le spighe.

Alle mani infilavano "u yditali" di canna per proteggere il pollice, un pezzo di pelle con un' asola veniva infilata sul dorso della mano al dito medio per evitare il contatto con la falce e con le "reste" del grano.

Iniziata la mietitura, legavano il grano in mazzetti, detti "yermiti",che potevano essere tenute in mano dal mietitore. Quando questa non si poteva impugnare più, con un paio di "yermiti" si formava la "gregna".

Le gregne venivano in seguito raccolte in ruota nei pressi dell' "aria" (aia) ed a stati sovapposti tali da formare un covone che prendeva il nome di "timògna". La trebbiatura "pisavanu u ranu" veniva effettuata con i buoi, che con andatura lenta e costante, "nell'aria" facevano si che il grano uscisse dalla spiga in modo da poter essere in seguito separato.

Il grano veniva poi macinato nel mulino ad acqua.

C'era anche un mulino a mano detto "gentimulu" che si metteva in movimento per mezzo di una stanga spinta da una persona.

Altra attività connessa all'agricoltura era quella relativa alla molitura delle olive.

"Trappitari" erano chiamati coloro che lavoravano nel "trappitu", frantoio di una volta.

Le olive venivano schiacciate in una pila detta "squèglia", da una o più pietre a forma di ruota, fatte girare da animali.

C'era il "trappitu genuvisi" ad una sola pietra, quello a due pietre ed anche quello a tre pietre.

La "squèglia" del primo conteneva non più di 4 tumani di olive (una macina), quella del secondo sino a 8 tumani.

Mentre nel primo bisognava con una pala spingere le olive sotto la pietra, perché venissero schiacciate, nel secondo venivano spostate dal movimento stesso delle pietre.

Una volta che le olive erano state ridotte in poltiglia, veniva aperto uno sportello della "squeglia" e fatta scendere la pasta dentro "cascia ", recipiente di legno ricoperto internamente di zinco. Questo veniva preso da due uomini e portato presso "a mayglia", contenitore posto non lontano dalla "squeglia", nel quale la pasta veniva versata.

Qui veniva messa nelle "sporte", che due operai trasportavano al torchio per la spremitura. Le presse del torchio venivano azionate a mano, facendo infine ricorso, per la spremitura definitiva, ad un argano azionato da più persone.

L'olio scendeva in un tino e qui veniva separato dalla feccia acquosa della macinatura naturalmente perchè l'olio più leggero dell'acqua veniva a galla. L'olio veniva prelevato e misurato con la "cannata", e con la "piglia", che era una specie di piatto di latta, fornito di un sottopiatto, veniva prelevato quando l'olio era così poco sull'acqua da non poter essere prelevato dalla cannata.

L'olio che galleggiava veniva separato con la "spica", fascio di spighe delle "cannizzole", che sono piccole canne palustri.

Le unita di misura dell'olio, che come avveniva per le unita di misura per aridi, erano le seguenti: "a cannata", usata anche per misurare il vino, equivalente a circa 1 litro; "u cahisu" equivalente a 12 litri circa.

L'olio nel frantoio veniva conservato in giare di terracotta di grande capacita'. Per il trasporto si utilizzavano "l'utri" (otri), contenitori fatti con pelle di ovini e caprini.

Gli operai, che lavoravano nel frantoio, avevano competenze differenziate: c'era chi aveva il compito di raccogliere l'olio, gli "sporteri", che erano addetti al trasporto delle "sporte", e "u palèri", il conduttore dei buoi durante la macinazione delle olive.

I contadini in genere erano anche dei pastori. La pastorizia da noi non era però praticata come in altre zone dell'entroterra, quali San Luca, dove i pastori frequentavano la montagna e restavano fuori casa per lungo tempo.

I pastori ricavavano principalmente il latte, il quale veniva riscaldato e ad esso si aggiungeva "u quàgghiu", per cagliarlo e fare "u casu", il formaggio. La pasta fresca del formaggio, prima che fosse messa nelle forme, si chiamava "tuma". Al siero che era rimasto si aggiungeva altro latte, con l'aggiunta di erbe selvatiche e ramoscelli di fico e si otteneva la ricotta.

Formaggio e ricotta venivano messi in cestelli di varia grandezza, detti "hascègli", costruiti con steli di ginestra intrecciati. Per far cagliare il latte, non si usavano un tempo prodotti chimici, ma un prodotto naturale ricavato dallo stomaco del capretto ancora lattante.

Lo stomaco, contenente solo latte, veniva essiccato e cosi si otteneva "u quàgghiu", che, sciolto in acqua tiepida, veniva aggiunto al latte ed era un ottimo coagulante.

La vita dei pastori non era certo facile a parte la nostalgia di casa, essi pativano il freddo e l'umidità e mancavano dei conforti essenziali.

Tenevano nella loro capanna di frasche "pagghiàru", solo l'indispensabile e appendevano i loro attrezzi allo "scalandruni", un fusto secco con molti rami laterali, detto "stanta".